...pensavo che la mia vita fosse finita.
...pensavo che non sarei più stata amata.
...pensavo che non avrei più amato in quel modo.
Beh.
Mi sbagliavo ^_^
ps. Le persone intelligenti non sono quelle che non sbagliano mai, sono quelle che imparano dai propri errori.
Con M.P. abbiamo fatto le elementari insieme e solo il primo anno di medie. Il motivo? Questo....
Un inverno di tanto tempo fa
La classe Ia Media va a fare ricreazione nel campetto piccolo. Non siamo autorizzati ad andare al campo grande. Nel campetto si gioca a calcio da tempo immemorabile e siccome ci siamo solo noi della prima classe si gioca maschi contro femmine. E per chi perde sono guai!
Quel giorno arrivano al campetto i ragazzini della quinta elementare. Non dovrebbero essere lì. Sono in ritardo sull'orario della ricreazione (quella delle elementari è un'ora prima) e dovrebbero andare al campo grande. Ma non lo fanno. Non lo fanno perchè la maestra non vuole scendere e il campetto è l'unico posto dal quale può controllarli. Gli chiediamo gentilmente di non occupare la parte del campetto dove stiamo giocando. Come dice il nome il campetto non è molto grande, ma, comunque, i piccoli decidono di non prestarci ascolto e iniziano a fare un girotondo che inevitabilmente viene a cozzare con la nostra partita di calcio.
Continuiamo a giocare. Il pallone va da una parte all'altra evitando i piccoli. Poi qualcosa non funziona. Un ragazzino viene colpito da una pallonata e inizia a sanguinare. L'episodio è grave, ma diviene una tragedia perchè il piccolo è emofiliaco e bisogna ricoverarlo in ospedale per fargli fermare il sangue.
A seguito di questo episodio alla classe viene sospesa la ricreazione e M.P. (che ha tirato la pallonata) accusato di averlo fatto apposta - e di aver scelto proprio quel bambino!!- sospeso dalla scuola.
La classe si oppone alla decisione della preside. Inizia quello che negli annali scolastici è stato definito Il Grande Sciopero. I libri vengono messi sotto i banchi e le gambe incrociate sopra i banchi. Ogni studente della classe si dondola sulle sedie, rifiutandosi di seguire le lezioni. Vogliamo che le nostre insegnanti ci difendano da quello che riteniamo un abuso di potere. Il Grande Sciopero dura una settimana. Al ritorno di M.P. e all'assicurazione che l'episodio non comporterà ulteriori problemi, sospendiamo lo sciopero.
Tuttavia l'anno successivo M.P. non è più iscritto. Convinto a spostarsi verso altri lidi.
Hai nove anni e quel gioco non ti piace. Quel suo cercare un'intimità. Le sue mani addosso. Il suo corpo addosso. E lui non ha che quattordicianni e tanto dolore da regalarti.
Il bagno è la tua prigione. Non sai come fuggire. A volte quando lui chiude la porta, fai in tempo ad arrivare alla finestra. Hai nove anni e sei agile come un gatto. Ti butti dal primo piano e cominci a correre. Correre nel giardino alla ricerca di altri bambini. E corri, corri, corri. Perchè sai che in mezzo agli altri non ti può toccare.
Hai nove anni e non sai dire a tua madre che succede. Speri solo di poter fuggire via. La lettera di sfratto è il tuo biglietto per un'altra casa, un'altra vita. La nuova casa è la tua salvezza. Un nido sicuro in cui rifugiarsi. La tua valigia è piena di sogni che finalmente puoi vivere.
Ma tua madre non lo sa. A casa della ex vicina non ci vuoi andare, ma non lo puoi impedire. Lui ti aspetta. Anche se adesso di anni ne hai dodici. E sai che lui guarda tua sorella. Non vuoi che la guardi ancora. Hai dodici anni e ti senti vecchia.
E allora speri. Speri che gli succeda qualcosa. Che lui sparisca per sempre dalla tua vita. Quando tua madre ti chiama per dirti che lui è morto per una malattia, quasi non ci credi. E inizi a piangere. Ma le tue sono lacrime di gioia, perchè sai che è finita.
1988/89. Primo anno di università. Mi sentivo come chi ha girato la pagina di un libro e ha davanti una pagina bianca. Avrei potuto essere chi volevo. Avevo davanti a me centinaia di studenti e potenziali amici. Primo anno. Esami di base per molti indirizzi. Parlo con tutti, andiamo alle lezioni insieme, mangiamo insieme, ogni studente è un mondo a parte. Con molti si instaura una certa abitudine. Non dico amicizia, ma una coincidenza di orari che porta ad essere sempre nello stesso posto alla stessa ora. Amiche. Anche amiche. Perchè in questi giorni è importante sentirsi parte di un gruppo. *E* è studentessa di psicologia. Io sono a lingue. Però alcuni esami coincidono. Mi incurisiscono i suoi libri. Parliamo spesso dei suoi corsi. Uno spaccato di università che io non conosco. E come molte cose, mi affascina.
1990. Apro la porta di casa mia per uscire. *E* è sul pianerottolo. La guardo e mi stupisco. Cosa ci fa sul pianerottolo di casa mia? Suona alla mia vicina. Scopro che fa la catechista alla chiesa sotto casa. Lei è impegnata nel sociale. Le sorrido mentre Claudia le apre la porta. Parliamo del suo impegno. Grandi discorsi su i valori morali. E grandi discussioni sul tema della vita, dell'amore, del rispetto. Anche questo mi affascina. Io sono molto meno impegnata.
1991 Abbiamo un esame in comune. Storia. Mi chiede se possiamo studiare insieme. All'ora di pranzo in biblioteca a discutere di Storia Moderna. Appunti, libri, approfondimenti. Mentre si avvicina la data mi chiede se possiamo studiare un sabato. Il sabato *E* è presso una struttura dove ci sono stanze per studenti. Studiamo alcune ore, poi c'è il rosario. Capisco il suo impegno, ma mi sento a disagio. Mi invita ad andare a messa con lei il sabato successivo. Non voglio deluderla e accetto. E' una bellissima ragazza e ammiro i suoi valori, ma mi sento sempre in difetto con lei.
1992 Un giorno di un mese primaverile. Piazza Risorgimento. Piacevole conversazione. *E* mi annuncia che si sposa. Sono contenta per lei. Si vede che è felice. Sta preparando la tesi di laurea, sposa l'uomo che ama, la vita che gli si spalanca davanti è ricca di promesse. Non posso che essere contenta per lei.
1992 Un giorno di novembre. *E* si sta laureando. Sono presente alla discussione. L'ho incoraggiata fino all'ultimo. La tesi è in musicoterapia. Le contestano alcune conclusioni di tipo medico. Secondo la commissione non ha le competenze per quelle conclusioni. Lei difende il suo lavoro. Le conclusioni mediche sono state elaborate con la collaborazione del marito dottore e la commissione le deve accettare. Ammiro il suo carattere risoluto. Non si lascia mettere i piedi in testa da nessuno. Solo alla fine della discussione, scoppia in lacrime. La saluto e mi congratulo. So che non la vedrò più. Non abbiamo nulla in comune tranne lo studio di questi quattro anni.
1994 Un giorno di inverno in televisione. Programma della Lambertucci. Seguono la crescita di alcuni bambini. Lei è lì. La guardo e la riconosco. Guardo il meraviglioso bambino che ha avuto dal marito. Un po' la invidio. Il volto rilassato e pieno di amore. E quel bambino che sembra uscito da una cartolina di Natale. Alla fine della trasmissione, annunciano che avrà presto un altro figlio. L'ammiro. La mia vita non sta prendendo alcuna direzione. Non sto arrivando da nessuna parte, mentre lei è già ad alcuni traguardi davanti a me. Lo so. Non abbiamo nulla in comune. Brava *E*! Spero che sarai sempre felice.
199* Intervista ad una psicologa del MOIGE. *E*.... La guardo e sorrido. Ha quattro figli ora. Io neanche mezzo fidanzato, per non parlare del lavoro. E mi chiedo se mi fossi fatta coinvolgere nel suo impegno, ora sarei forse da quelle parti....ma non è una cosa che sento mia.
La vita fa degli strani giri. E poi ritorna sempre su se stessa. So che verrà un giorno in cui rivedrò *E*. Allora saremo lontane anni luce. Come il giorno e la notte. Ma oggi non cambierei la mia vita con quella di nessuno. Perchè la vita gira, ma non ti porta mai dove non vuoi andare.
Manam
Natale era soprattutto una festa di odori. Mio nonno aveva una pasticceria e il Natale cominciava presto. C'erano tante cose da fare.
La notte impastava i panettoni e i pandori. In fila sul bancone a raffreddare la mattina riempivano l'aria di aromi. Il torrone aspettava nelle sue formine che noi bimbi lo incartassimo in lucide confezioni rosse e argento. Tutti in fila io e i miei cugini tagliavamo la carta e impacchettavamo, mentre mia madre metteva i panettoni nel celophan e mio padre li appendeva alla corda che passava sopra al soffitto. Uno dietro l'altro. In file incrociate. La più bella decorazione della mia infanzia.
Finiti i pacchetti andavamo a rubare del torrone morbido dalla vetrina. Nonno faceva una montagna di torrone e la esponeva nella vetrina illuminata. Noi bambini infilavamo le dita in questa montagna morbida e dolce, togliendone un pezzo dopo l'altro, ma senza disfare l'opera in esposizione. Esternamente era sempre uguale, solo dentro mancavano i pezzettini di torrone, le mandorle con lo zucchero. Quel torrone morbido era una specialità di nonno. Non l'ho più mangiato.
Natale voleva dire aspettare l'uscita dei pandori per ricoprirli di zucchero fino a che non ti si attaccava fino ai gomiti. E poi essere ricompensati con un dolce, una caramella, un biscotto, un cornetto. E Natale era scoprire che i nostri genitori avevano nascosto i giocattoli da nonno per poterli portare a casa la notte del 24. Natale era tenere il negozio aperto fino a tardi e gridare a tutti gli avventori: Buon Natale!! Correre al laboratorio e parlare con nonno. RIcevere un pezzo del torrone che si era rotto. Ricevere una carezza che sapeva di vaniglia.
No, Natale non è più stato lo stesso. ^_^